Cari Amiche e Amici della Libera Università per Adulti di Paese,
un cordialissimo saluto a tutti voi e a quanti vi stanno a cuore.
Ho il piacere, su invito del Presidente e del Consiglio Direttivo, di riprendere il dialogo con voi, interrotto per ragioni di forza maggiore, ragioni che ora sembra siano, almeno in parte, superate.
L’Università ha creato uno spazio virtuale, denominato agorà, una sorta di piazza in cui tutti quelli che lo desiderano possono confrontarsi su idee, fatti, opinioni, avvenimenti, a patto che siano rispettate da ciascuno due regole: il rispetto per il pensiero di ciascuno e, come si diceva un tempo, la buona creanza anche nel linguaggio.
Da parte mia, mi rendo disponibile a dialogare con chi lo desiderasse, ponendomi domande e, soprattutto, argomentazioni a supporto delle proprie affermazioni. Sarà un bel confronto, che potrà solo farci bene.
Vi aspetto. Inviate le vostre domande/argomentazioni al seguente indirizzo mail:
[email protected]
A tutti il mio più cordiale saluto.
Lino Sartori
Una piazza non è soltanto il centro abitato di un paese o di una città; piazza è assai di più di uno spazio delimitato da edifici: pur essendo un luogo fisico bene identificato, è soprattutto un luogo simbolico, che, appunto perché è simbolico, assume tanti significati, derivanti dalla storia, dalle vicende legate a personaggi più o meno illustri, da episodi spesso curiosi che costituiscono motivo di attrazione. Ciò che a me interessa evidenziare ora è l’uso culturale che la piazza ha assunto soprattutto in età greca, quando veniva chiamata con il termine agorà.
Per i greci l’agorà era soprattutto il luogo pubblico per eccellenza, dove i cittadini si radunavano per partecipare a discussioni di interesse comune; in piazza si prendevano le decisioni “politiche” in senso genuino, ovvero riguardanti la polis; si emanavano sentenze da parte dei tribunali, e altro ancora.
In piazza avvenivano soprattutto i dibattiti tra i grandi oratori, tra i sostenitori di tesi diverse o opposte su argomenti di ogni tipo. Si discuteva, oltre che di cose riguardanti il governo della città, di argomenti dottrinali, filosofici, scientifici, pedagogici, artistici. L’agorà era il luogo in cui si faceva e si trasmetteva cultura. Era il luogo dove il linguaggio era lo strumento fondamentale non solo per comunicare, ma per argomentare, cioè per trovare e produrre prove. Era il luogo aperto in cui si dimostrava il valore di un’idea.
E oggi? Le cose stanno in modo alquanto diverso. Talora la piazza è il luogo del perditempo, delle chiacchiere, del consumo arbitrario di notizie più o meno fondate, simili spesso ad una sorta di processo popolare di basso conio. Ma, come recentemente ne abbiamo avuto non pochi esempi, la piazza può divenire anche il luogo della manifestazione di idee e soprattutto di sentimenti e di emozioni che covano da tempo dentro molte persone e che, quasi improvvisamente, vengono all’aperto per le ragioni più varie.
Comunque sia, la piazza risponde ad un bisogno profondo della persona, di cui la filosofia e l’arte si sono occupate da tempo: il bisogno di stare assieme o, meglio ancora, il bisogno di essere insieme. Ed è proprio questo aspetto che la cultura greca, ripresa in modo chiaro da gran parte del pensiero contemporaneo, ha sottolineato, affermando non solo che la persona è un essere sociale e socievole, ma che il senso ultimo della persona è “essere-con-gli altri”. Intendiamoci, però: essere-con-gli altri non nel senso di stare al bar a prendersi un aperitivo in compagnia, o di fare una vasca in centro città per curiosare nelle vetrine. Essere-con-gli altri significa che il mio essere riceve senso solo se condivido la sorte degli altri, se conosco le loro vere istanze, se vivo non solo centrato su me stesso, ma attento anche agli altri. In questo, secondo la saggezza greca, consisteva la felicità, che Aristotele riassumeva così: è bello essere felici, ma lo è ancor di più se siamo felici nel numero maggiore possibile di persone.
Dunque, la piazza come il luogo in cui trovare e fare la felicità.
Strano, ma possibile. Lino Sartori
Ho un sogno nel cassetto della mia anima: che venga assegnato non solo il premio Nobel per la scienza, la medicina, l’economia, la letteratura o la pace, ma anche per la creazione di comunità. Pensate come sarebbe fantastico sentir pronunciare a Stoccolma o a Oslo questa frase, riportata da tutti i mass media del mondo: nel 2025 ha vinto il premio Nobel il tale o talaltro perché ha “costruito comunità”. Che cosa intendo dire? Che è certamente bello premiare chi fa importanti scoperte in campo scientifico, o chi dà una sterzata all’economia in modo che sia più giusta e favorevole a tutti gli uomini e non solo, com’è ora, al 10 per cento dell’umanità. È certamente molto importante premiare chi si è adoperato per la pace nel mondo, per far cessare una delle tantissime guerre che ancora insanguinano molte parti della nostra Terra. Ma perché non premiare chi, magari attraverso un lavoro giornaliero umile, continuativo, senza alcun baccano, fa crescere tra le persone il senso di comunità? Questa persona, secondo me, è la più necessaria al genere umano, perché lavora per la cosa più importante di tutte, quella che sta alla base di ogni altra questione umana, quella che da sola basta a far cessare ogni ingiustizia, ogni sopraffazione, ogni violenza, ogni furbizia, eccetera. Costruire comunità non vuol dire sentire che si appartiene ad un gruppo o ad una classe sociale: questa è una chiusura, è una limitazione. Infatti, se dico che appartengo, per esempio, al gruppo che parla una certa lingua, intendo dire che voglio distinguermi da quelli che ne parlano un’altra, che hanno usi e abitudini diverse. Perfino dire che appartengo ad una certa religione è limitativo: basti pensare alle guerre, passate e presenti, che si sono inventate e combattute proprio in modo dell’appartenenza ad una religione piuttosto che ad un’altra. Costruire comunità significa aprire i confini, allargare i rapporti, aumentare le relazioni, andare alla ricerca di contatti nuovi, scoprire mondi nuovi, ovviamente non per colonizzare e
impadronirsi, ma perché si vuole conoscere l’altro, collaborare con lui, fare dei patti con chi finora non si conosceva. Marco Polo, il grande viaggiatore veneziano del medioevo, è l’esempio di uno che, lasciata la tranquillità delle calli veneziane, ha percorso migliaia di chilometri per tentare di venire a contatto con mondi e civiltà lontanissime. Cristoforo Colombo, un altro costruttore di comunità, anche se poi le solite ragioni del potere hanno prevalso e le comunità scoperte da quei grandi viaggiatori, quei fantastici country scout, sono divenute pretesto per lotte sanguinose tra i soliti potenti del mondo.
In fondo quando diciamo genere umano, intendiamo dire che siamo un’unica grande famiglia che abbraccia donne e uomini di ogni condizione culturale, sociale, economica, religiosa e politica. Ho sempre davanti agli occhi una stupenda pubblicità che, qualche anno fa, leggevo ogni mattina salendo in bus a Winnipeg (Canada). Era scritto: comm nity without you can’t exist (La comunità, senza te, non può esistere). Il gioco linguistico (la mancanza della lettera U che si pronuncia come il pronome personale You, Tu) esprime benissimo l’idea centrale: la comunità esige che ognuno di noi dia il proprio contributo, metta la sua faccia, si impegni direttamente. Non possiamo pretendere che siano gli altri a fare comunità, mentre noi ce ne stiamo fuori a guardare. Ognuno di noi è un tassello importante per costruire la comunità. In fondo, questo è anche il destino dell’uomo su questa terra, come ci ha insegnato il grande pensatore greco, Aristotele, che ha dato questa splendida definizione dell’uomo: l’uomo è per natura un costruttore di comunità. Ma non ci dice anche la Bibbia che il Dio biblico è una comunità? A mio parere, questo è il senso più bello della Trinità. E se fosse un modello per noi, almeno per quelli che lo desiderano?
Appena alziamo lo sguardo dal nostro piccolo orizzonte quotidiano, ci troviamo di fronte una quantità impressionante di fatti e fenomeni negativi. Guerre, disastri ambientali naturali o causati dall’uomo, episodi di cronaca inimmaginabili, alcuni miliardi di esseri umani stretti dalla morsa della fame o da malattie che potrebbero essere facilmente curate. E quello che è peggio, è che, con il trascorrere del tempo, la valanga del negativo sembra crescere anzi che diminuire. Se, poi, nella nostra vita privata capita – come succede – qualche disgrazia, allora tutto assume un sapere ancor più amaro. Dunque, non c’è limite al male? Non c’è scampo al dolore? Gli esseri umani non imparano nulla dalla storia passata?
Credo che, prima o poi, tutti ci troviamo a riflettere su queste domande, alle quali si possono dare varie risposte: chi attraverso la fede, chi attraverso la vicinanza di persone care, chi frugando nel proprio bagaglio culturale, chi, ancora, trovando in se? stesso forza e motivi per vivere sensatamente nonostante tutto. Dal mio punto di vista e in questa sede, che è una piazza di confronto sereno aperta a tutti, mi limito alla sfera personale, quella che ciascuno porta con sé. D’accordo: possono arrivare le malattie, anche quelle serie; possono capitare motivi di discordia con familiari; disgrazie materiali sono sempre dietro all’angolo; eppure, rimane ancora un tesoretto di cose belle al quale faremmo bene attingere soprattutto nei momenti di magra. Qualche esempio.
Se io sto male, accanto a me c’è pur sempre qualche persona che mi presta generosamente le sue cure e che condivide con me la sofferenza, prodigandosi per darmi sollievo e infondermi speranza. Se qualche relazione tra persone care si interrompe, rimangono sempre le persone in carne e ossa con le quali, magari in tempi successivi e con i dovuti modi, si può tentare di ricucire. Se una qualche tegola economica mi è caduta in testa, posso sempre cercare di capire qualche lezione e premunirmi per il futuro.
Che cosa accomuna queste reazioni? Il fatto di non pensare che tutto è finito, ma aprire l’animo alla speranza, al nuovo tentativo, alla ripresa. Come hanno potuto i nostri genitori riprendersi dopo le due tremende guerre mondiali dello scorso secolo? Dove hanno trovato le risorse, materiali e non solo, per garantire a noi ottant’anni di vita pacifica?
La mia personalissima esperienza mi rimanda ad una risposta essenziale: in se stessi, cioè nel fondo di umanità che persiste in ciascuno di noi nonostante gli accadimenti esterni.
Ma qui sta il vero problema: siamo consapevoli di avere questo fondo, questo tesoretto, dentro di noi? Oppure viviamo una vita costantemente rivolta all’esterno? Siamo capaci di stare con noi stessi, da soli,d anche se in mezzo alla folla, senza necessariamente tenere tra le mani il cellulare? Fino a qualche decennio fa, nelle sale di attesa in ospedale, nelle stazioni ferroviarie, negli aeroporti, era usuale vedere e sentire persone che parlavano tra di loro, non perché si conoscessero, ma perché erano in quel luogo per lo stesso motivo e così iniziavano a scambiarsi qualche parola. Oggi in quei medesimi luoghi o si sente musica spesso sgradevole, o si avverte un silenzio pesante spesso interrotto dal ticchettio delle tastiere di apparecchi elettronici e dalle loro suonerie, anche queste poco armoniche. Stare con sé è proprio così impossibile? Pensare, mentalmente, alle cose belle che ognuno ha vissuto o che sta vivendo?
Suggerisco un gioco, a coto zero. Se vi trovate in un luogo con altre persone che non conoscete, cercate di osservarle, educatamente, e di immaginare il loro vissuto: che lavoro possono avere svolto o stanno volgendo, il loro paese di origine, le loro abitudini e altro che questi pensieri vi faranno sicuramente venire in mente. Mi sia consentita una mia personalissima esperienza.
Per motivi di lavoro mi sono recato spesso in sud Italia e atterravo in un piccolo aeroporto dove c’era una sola sala, sia per gli arrivi ce per le partenze. Una scena mi ha sempre colpito: i saluti degli emigranti che partivano per le Americhe. Scene spesso dolorose, di mamme che abbracciavano i loro figli o nipoti, pensando a quando sarebbe stato il prossimo incontro. Ebbene, queste scene toccanti nonostante tutto mi facevano pensare che, oltre al doloro per la separazione, ognuno, chi partiva e chi rimaneva, aveva comunque motivi per essere fiducioso.
Io mi accomodavo nel mio posto in aereo, riflettendo su quelle situazioni così diverse, ma tutte accomunate dal fondo di speranza e fiducia che alimentava quelle vite. Non avevo alcun cellulare tra le mani: solo gli occhi aperti.
Non ci mancano, certo, i ricordi dei momenti in cui abbiamo ricevuto o abbiamo fatto qualche regalo. Per quanto la nostra vita sia stata, soprattutto in passato, meno abbondante di cose, di oggetti, di strumenti, qualche regalo ci è pure arrivato. In occasione della Cresima: come scordare il primo orologio ricevuto dal nostro padrino, o la prima collana dalla madrina? E poi in altre occasioni importanti, come il matrimonio, la nascita di un figlio, eccetera. E similmente, anche noi abbiamo fatto regali a seconda delle nostre disponibilità e del legame che avevamo con una certa persona. Oggi, poi, soprattutto se siamo nonni, i regali quasi quasi si sprecano. Sia chiaro: non ho nulla in contrario; ma non posso evitare di fare a me stesso, e a chi mi legge, una domanda piuttosto imbarazzante: ricevendo il regalo, conta di più l’oggetto o la persona che ce lo dona? Non ci vuole molta fantasia a rispondere. Pensiamo ai nostri nipotini: agguantano l’oggetto impacchettato, un bacino veloce alla nonna o al nonno e poi, via a maneggiare la cosa infagottata nel pacchetto.
Sento già una prima obiezione: che cosa vuoi aspettarti, soprattutto da un bambino? Rispondo subito: non mi aspetto nulla, nel senso che non domando che mi venga fatto, a mia volta, un regalo. Io aspetto non una cosa, ma qualcuno!
Mi aspetto che aumenti l’attenzione verso chi ha fatto il regalo, O che migliori la relazione. In che modo? Prima di tutto con il tempo: cioè, domando che sia l’adulto, sia anche il bambino, regalino qualche istante in più della propria vita a colui o a colei da cui hanno ricevuto il regalo. Il regalo, o il dono, non è merce di scambio, cioè non funziona come quando al supermercato compero un prodotto e devo dare l’equivalente in denaro. Invece, oggi ancora, i regali si fanno con la logica del baratto: merce contro merce. Nel mercato va bene così, ma non nei rapporti tra le persone, soprattutto se questi rapporti sono conditi da sentimenti, da affetto, da stima, da amore.
Il dono non domanda un ricambio in oggetti, altrimenti è una banale restituzione. Se un amico mi fa un regalo e io gliene faccio un altro, è come se gli dicessi: ti do indietro quello che tu mi hai prestato. Questa è la logica del prestito, che è altra cosa rispetto al dono.
Se tra adulti è abbastanza facile capire e condividere questa impostazione, la vedo più impegnativa con i bambini, a meno che i loro genitori non facciano la loro parte in questa direzione. Qualche esempio. La nonna o la zia ti hanno portato un dono? Magari non subito, ma domani ricordati di loro, andiamo a trovarle per il solo piacere di stare con loro, di parlare con loro o di ascoltarle. Poi, crescendo, abituiamo questi nostri piccoli cuccioli a fare qualche servizio ai nonni, agli zii, ai vicini, ai conoscenti. Le vedo queste scene, grazie al Cielo! Ma vedo anche qualcos’altro che va in direzione opposta. Basta stare ai cancelli di una scuola elementare, quando gli scolari escono: appena il nonno si fa incontro al nipotino, stanco e stressato per aver dovuto sopportare lo stare a scuola, questi getta la cartella a terra perché il nonno si chini, la raccolga e gliela porti a casa. Non è questione di peso, ma di attenzione, di considerazione, di rispetto. Poche ore dopo, infatti, gli stessi bimbi si mettono a tracolla borsoni da palestra che, in orizzontale, sono spesso più lunghi della statura di chi li porta.
È ancora la solita cosa: imparare a vedere dietro agli oggetti la persona che te li ha donati, che te li ha procurati, che te li ha rammendati. Quante volte sento chiedere: nonna, mi sistemi questa cosa? mi aggiusti questo oggetto? E la nonna c’è!
Allora, attendere un regalo è bello, ma quanto più bello è attendere la persona che te lo dona! Basta passare dalle cose alle persone: è possibile!
La parola “attesa” non è tra le più belle che possiamo pensare; ci vengono in mente attese poco piacevoli, come le liste di attesa, oppure la sala di attesa prima di una importante visita medica, oppure, ancora, i momenti precedenti un verdetto che in qualche modo ci riguarda. Per non dire delle molte altre occasioni di attesa, come l’arrivo di un tremo in ritardo o dell’autobus che non si sa mai quando passa, ci sono attese e attese. Tutti noi, che abbiamo consumato una buona parte della nostra esistenza, che, tuttavia, auguro a ciascuno ancora lunga e soprattutto serena, ci ricordiamo anche delle attese belle, addirittura palpitanti, come quando attendevamo di incontrare quella o quello che allora si usava chiamare morosa o moroso, altra faccenda rispetto al generico “il mio ragazzo” o “la mia ragazza”, che invece imperversano oggi. Tanto per ricordare il senso profondo delle parole, moroso o morosa indicano qualcosa di molto significativo, che viene dal latino: il moroso o la morosa erano colui o colei che “si fermava”, che indugiava, e con i quali si poteva avviare un rapporto graduale, sempre più intimo e vero. Il fatto di essere moroso o morosa voleva significare che si era creato, o si stava creando, uno spazio riservato per costruire relazione, da cui, poi, sarebbe nato il sentimento, fino a quello più importante, l’amore. Per questo si attendeva ed era bello attendere. Tanto per essere chiari, l’espressione “il mio moroso” non indicava un possesso, come invece si intende quando si parla del “mio ragazzo”: il mio moroso, e lo stesso vale per la morosa, voleva dire una cosa bellissima: colui che aspetta me! Insomma, nella parola moroso o morosa era racchiuso il senso dell’attesa: e come si attendeva!
Venendo a cose più semplici, un tempo si attendeva tutto: si attendeva la domenica per indossare l’abito della domenica, come si diceva; oppure per mangiare finalmente il cappone che durante la settimana si era accudito. Si attendevano, eccome!, le grandi feste, prima, fra tutte, quella del Natale: per i regali? per il black Friday? per fare shopping? Macché: si attendeva perché era bello: punto e basta! L’attesa creava un clima diverso, generava una sorta di stacco fra il tempo normale e ciò per cui si attendeva. Il solo fatto di attendere permetteva di ricaricare le batterie.
Oggi non si attende più niente e nessuno, per la semplice ragione che ogni attesa è immediatamente, o in breve tempo, soddisfatta. Anzi, si fa di tutto per anticipare qualsiasi desiderio, in modo da non creare ansia o stress da attesa, perché il motto è: tutto e subito. Così non si capisce più il valore delle cose e, perfino, delle persone: se tutto è immediatamente disponibile, significa che non costa nulla, non richiede tempo perché qualcuno procuri quella cosa, non richiede alcuna energia: basta aprire bocca e tutto è lì disponibile.
A questo punto non posso evitare di tirare in ballo la mia filosofia, mia nel senso che è stata la compagna non solo dei miei studi, ma anche della mia professione e, soprattutto, del mio mondo interiore. Tra le altre idee, che cosa mi insegna la filosofia, soprattutto quella sviluppatasi in Europa tra le due guerre mondiali? Mi presenta una riflessione addirittura inquietante: se una cosa è immediatamente disponibile (peggio, poi, se si tratta di una persona!), vuol dire che è un oggetto, ovvero qualcosa che sta davanti a noi perché noi ne facciamo l’uso che vogliamo. È davvero impressionante! Se non imparo ad attendere, pretendo che ogni cosa (ma, ribadisco, anche ogni persona con cui entro in contatto) diventi un oggetto a mia disposizione.
Non potremmo leggere anche così molti fatti di cronaca nera di cui quotidianamente sono pieni i mass media?
Un rimedio potente è l’educazione ad attendere. Per imparare ad attendere, c’è una sola cosa da fare: attendere! Inutile indorare la pillola con rimedi palliativi: conviene armarsi di pazienza e attendere. Costa? Certamente sì. E qui casca l’asino: ci siamo illusi, e abbiamo illuso soprattutto i più giovani, che il costo, il prezzo, la fatica, il sacrificio, la rinuncia, il posticipare siano cose d’altri tempi. Pensavamo così anche della guerra. Ma la realtà, compresa l’esistenza individuale, ci presenta inesorabilmente il suo conto, spesso quando meno ce l’aspettiamo.
Da tempo faccio un’amara constatazione: la gente comune, come me, impara la geografia non tanto studiando il mappamondo o i libri, ma seguendo la cronaca, soprattutto quella triste, che porta in primo piano guerre, disastri e disgrazie. Ultima acquisizione, in ordine di tempo, è la località elvetica di Crans-Montana, nota per lo più a chi può permettersi il turismo invernale, una sorta di Cortina d’Ampezzo, ma entro il quadro, finora idillico, della pace e dell’ordine della Confederazione di Guglielmo Tell.
Siccome quello che dirò, attraverso le riflessioni seguenti, è quanto meno controcorrente, faccio alcune doverose premesse.
Prima. Un vecchio proverbio veneto dice: chi ha figli in cuna, non dica di nessuna. Tradotto, significa: il genitore che ha figli, non si permetta mai di parlare male dei figli altrui, perché quello che critica in loro, potrebbe succedere anche ai propri. Quindi, io non mi permetto né di giudicare (anche se per professione ho dovuto, in quanto eletto liberamente dai docenti italiani, far parte, per un decennio, del cosiddetto Consiglio di disciplina, una specie di tribunale nazionale per esaminare e sanzionare i comportamenti illeciti dei docenti di scuola secondaria superiore, come si diceva un tempo), né, tanto meno, di condannare madri, padri e familiari dei quaranta giovani deceduti nella notte di san Silvestro e degli oltre cento feriti.
Seconda. Non voglio interferire nel mestiere di giornalisti e reporter, che istante dopo istante informano e aggiornano sullo stato dei fatti a Crans-Montana. Credo, tuttavia, che al diritto di essere informati e al dovere di informare non debbano essere estranei i dubbi e le domande scomode, soprattutto quando in ballo, è il caso di dirlo, vi è la vita di minorenni. Ciò premesso, avanzo la mia domanda: dove erano i genitori?
Siccome immagino il mormorio e il fastidio causati da questa mia domanda, che potrebbe sembrare irrispettosa del dolore di tante famiglie, mi spiego.
Ammesse le responsabilità dei gestori del locale, cosa che, però, non spetta a nessuno di noi stabilire ma alle magistrature (ho sentito che anche quella francese, oltre a quella elvetica, intende muoversi e altrettanto mi attenderei da quella italiana), come pure quelle finora ventilate degli organi pubblici locali, il problema dei giovani deceduti e feriti non si ferma qui. Ogni comportamento individuale è frutto di due cose, almeno: le condizioni ambientali o storiche e le scelte individuali. Se io cammino lungo le rive del Piave e ad un certo punto decido di buttarmi dentro consapevole che non so nuotare, non posso incolpare qualcuno perché non ha fatto le sponde del fiume alte da non consentirmi di buttarmi dentro.
Perciò, se si vuole fare una discussione seria sui fatti dolorosi di Crans-Montana, occorre coinvolgere nella questione anche il ruolo della famiglia. E qui vengo al punto.
Finché vige tutta intera la nostra Costituzione, di cui quest’anno ricorrono gli ottant’anni di inizio della sua scrittura (1946 - 1947), è doveroso ricordare l’articolo 30, che al primo comma così recita: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”. Ricordo che queste parole sono state votate riga per riga da tutti i componenti della prima assemblea costituzionale, eletta per la prima volta con suffragio universale il 2 giugno 1946. In quell’assemblea vi erano i rappresentanti di tutti i partiti nati dopo la sciagurata esperienza del Ventennio e della Seconda Guerra mondiale. Quindi, tutti si trovarono d’accordo nello stabilire che la famiglia deve non solo provvedere alle cose materiali dei figli e alla loro istruzione, ma anche alla loro educazione: questo è un diritto, ma anche un dovere. A dimostrazione del fatto che il compito educativo è anche un dovere dei genitori, stanno due principi giuridici, che derivano proprio dall’articolo 30 della nostra Costituzione. In termini giuridici si chiamano: “culpa in vigilando” e “culpa in educando”. In breve e con parole forse non precise ma chiare: un genitore è colpevole se non è attento a impedire che suo figlio si faccia male; e ancora: un genitore è colpevole se suo figlio, minorenne, compie azioni illecite. Perché? Perché la nostra Costituzione stabilisce che i genitori hanno il diritto di educare i figli secondo i propri valori (che, ovviamente, non devono essere in contrasto con i valori del bene pubblico), ma hanno anche il dovere di farlo! Potrei citare numerosi casi, di mia esperienza, che dimostrano quanto sto affermando, ma non è questo il luogo.
Tornando ai fatti di cronaca svizzera, che cosa intendo dire? Solo per dovere di brevità, mi limito a chiedere se quei minorenni siano stati davvero educati a valutare quello che stavano facendo. Mi rendo conto che qui in gioco tutto il mondo dei valori che ciascuno di noi si è scelto; ma proprio sui valori occorre ritornare, altrimenti non c’è scampo al peggio. E occorre iniziare a porre domande agli adulti, domande scomode che turbino qualche sonno troppo tranquillo. Un genitore, presidente di una associazione di genitori con la quale ho lavorato per anni, ha pubblicamente dichiarato: “Non basta preoccuparsi dei figli; occorre occuparsi dei figli!”
Ma chi educa i genitori a educare? L’articolo 31 della Costituzione, sempre al primo comma, ne dà una risposta chiara, finora rimasta inattuata.
Sarà argomento di una successiva riflessione.
Il mio precedente pezzo, dal titolo “Articolo 30”, si concludeva con la seguente domanda: chi educa i genitori a educare? Tenterò ora di dare almeno una traccia di risposta.
È chiaro a tutti che non solo il compito, ma perfino il ruolo di genitore non finisce mai; infatti, si può terminare, per legge o per scelta personale, di essere marito e moglie, ma non si finisce di essere padre o madre. Figurarsi che cosa succede se pensiamo al compito educativo! Per la nostra vigente Costituzione - in una parte in cui nessuno finora ha ancora proposto sconvolgimenti o cancellazioni - tale compito è declinato come diritto e dovere dei genitori. Che sia un diritto, è abbastanza semplice capire che cosa significhi, anche se persiste ancora almeno un aspetto che nessun governo, dal 1948 ad oggi, è stato capace di affrontare in modo risolutivo: la questione del rapporto tra le scuole pubbliche gestite dallo Stato e quelle, altrettanto pubbliche, gestite da privati. Per motivi di spazio, non mi addentro in tale argomento, di cui vi sono abbondanti documenti che appoggiano le opposte tesi. Una cosa, però, è chiara: se un genitore non può scegliere, a parità di condizioni, di mandare i figli in un tipo di scuola o in un altro, il suo diritto viene leso. E qui c’è libero campo per lo scatenarsi di opinioni più o meno corroborate.
Veniamo, invece, all’altro aspetto della questione: il dovere di educare. La parola stessa “educazione” porta con sé un’eredità culturale e storica spaventosamente ampia. Tanto per iniziare a sondare il terreno, educazione non è sinonimo di istruzione, né di formazione. Per dare una corretta impostazione al tema, dobbiamo riprendere una buna vecchia abitudine, quella di ritornare al significato originale della parola, alla sua etimologia, che, in questo caso, è latina, come succede per moltissime parole della nostra e di altre lingue, inglese compreso. Educare vuol dire, prima di tutto, portare fuori. Chi? La persona che deve essere educata, e già qui si pone una enorme questione: è la stessa cosa educare un bimbo, un giovane o un adulto? E, per grazia, non tocchiamo il tasto dell’educazione di genere: è la stessa cosa educare una adolescente o un adolescente? Inoltre, chi è colui o colei che si assume il compito di portare fuori qualche altro? Costui o costei come si è attrezzato al compito? Chi lo ha selezionato e come? Chi e come gli fa manutenzione, cioè aggiornamento continuo? Ma sullo sfondo rimane l’altra grande questione: a che scopo si educa? E chi stabilisce gli scopi, cioè le finalità? E poi: finalità è la stessa cosa che obiettivo?
Come si può facilmente intuire, ogni domanda apre vaste riflessioni, che, come ho potuto constatare direttamente nella mia vita professionale, costituiscono motivo di seria analisi in ogni parte del mondo. Tanto per dare una sorta di conclusione provvisoria a queste domande, ricordo che, dopo un congresso internazionale di educatori, svoltosi a Pechino nel 2002, gli atti finali dei vari relatori si conclusero con questa affermazione: “Davanti a queste domande, noi dobbiamo concludere con un profondo senso di umiltà”!
Tutto ciò premesso, i nostri genitori sono lasciati soli nel loro dovere educativo? Almeno a parole, no! L’articolo 31 della nostra Costituzione recita: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”. Tanto per facilitare il ragionamento, mi permetto di ricordare che questo comma appartiene alla Costituzione non ancora attuata. O, se si preferisce, dal 1948 attendiamo che non solo il governo, ma anche le sue diramazioni territoriali (regioni, provincie, comuni) diano concretezza a questo impegnativo compito che tutti i Padri costituenti hanno stabilito. Certamente un aspetto di tale compito consiste nel fare e mantenere gli edifici scolastici o, come si dice, nel garantire il sistema scolastico; ma il capitolo “formazione educativa dei genitori” non lo vedo né scritto né, tanto meno, realizzato in modo diffuso. Non voglio negare che esistano encomiabili iniziative, che vedono genitori associarsi a tale scopo. Tuttavia, non si possono dormire sonni tranquilli contando prevalentemente sulla supplenza di cittadini, come si direbbe oggi, volenterosi.
Un suggerimento, con la massima delicatezza possibile: perché questo non diventa un fattore su cui misurare la qualità dell’offerta politica e partitica ad ogni livello? Quando ci prepariamo al voto, perché non incalziamo i candidati anche sul tema dell’educazione? Se la Carta costituzionale non diventa il massimo punto di riferimento per valutare un programma politico, su che altro ci basiamo? E, infine, il tema educativo non dovrebbe coinvolgere direttamente ogni cittadino, visto che dall’educazione dipendono anche i comportamenti di ciascuno in qualsiasi contesto e ambiente?